Diventiamo tutti genitori dei nostri genitori prima o poi.

È quello che accade. Accade a tanti figli.
A tutti quei figli che si prendono cura dei propri genitori nell’ultimo periodo della loro vita.

Diventano genitori dei propri genitori. I ruoli si invertono ed è qualcosa che causa molta tristezza oltre alle notevoli difficoltà.

Da piccoli eravamo noi figli a dover rispettare regole, seguire consigli, ricevere “ordini”. Quando un genitore invecchia e non è più autosufficiente, il testimone cambia di mano.

Il cambiamento è difficile da gestire. Abituati a considerare i propri genitori come rocce, veri e propri pilastri cui appoggiare le nostre difficoltà, ci ritroviamo improvvisamente in quello che è stato il loro ruolo da sempre nella nostra vita.

Aiutarli a muoversi, lavarsi, a mangiare. Dar loro regole affinché prendano le loro medicine, a porre limiti che rappresentano una protezione per la loro “nuova”fragilità …

E tutto questo senza dimenticare di abbracciarli, di prendere tra le nostre mani anche la loro anima. Senza mai dimenticare un sorriso, noi che ne abbiamo ricevuti tanti da bambini.

Durante l’ultimo periodo della loro vita, i nostri genitori, fragili come bambini, ci chiedono di essere forti, come lo sono stati loro quando siamo nati.

Ci chiedono di essere pazienti, quella stessa pazienza che hanno dimostrato nei nostri confronti infinite volte.

Ci chiedono una carezza, un gesto affettuoso, quello stesso amore con cui ci hanno cresciuto.

Ci chiedono di non farli sentire un peso, di non considerarli un peso e non ce lo chiedono con le parole. Non lo farebbero mai …

Lo chiedono con quei loro occhi un po’ velati, con le mani un po’ tremanti.. con quel cuore sul quale ci siamo addormentati tante volte da piccini.

E a tal proposito vi lasciamo un testo che saprà farvi riflettere, comprendere forse meglio questo periodo delicato e importantissimo.

“C’è una rottura nella storia della famiglia, in cui le età si accumulano e si sovrappongono e l’ordine naturale non ha più senso: è quando il figlio diventa il padre di suo padre.

È quando il padre diventa anziano e inizia a camminare come se tutt’attorno non ci fosse altro che nebbia.
Lentissimo e impreciso.

È quando la madre che ci teneva forte la mano quando eravamo piccoli non vuole più stare da sola.

È quando il padre, un tempo risoluto ed insuperabile, si indebolisce e prende fiato due volte prima di alzarsi dalla sedia.

È quando la madre, che prima dava ordini e indicazioni, ora non fa che sospirare e gemere, cerca la porta e la finestra che le paiono così lontane.

È quando i genitori, prima svegli e lavoratori, sbagliano nel mettersi i vestiti e si dimenticano i medicinali da prendere.

E noi, in quanto figli, non possiamo far altro che accettare di essere responsabili della loro vita. Quella vita che ci ha fatto nascere ora dipende da noi per morire in pace.

Tutti i figli sono i padri della morte dei loro padri.

A volte la vecchiaia dei genitori è curiosamente come l’ultima gravidanza. Il nostro ultimo insegnamento. Un’opportunità per restituire le attenzioni e l’amore che abbiamo ricevuto per decenni.

Così come adattiamo la nostra casa per accogliere i nostri figli neonati, tappando le prese di corrente e collocando i paraspigoli, adesso modifichiamo la distribuzione dei mobili per i nostri genitori.

La prima trasformazione avviene in bagno, dove sistemiamo una maniglia di sicurezza nella doccia, affinché i nostri si sorreggano.
Quella maniglia è emblematica, simbolica. Perché la doccia, semplice e rinfrescante, è ora una tempesta per i piedi instabili dei nostri genitori.

Non possiamo lasciarli mai da soli.

La casa di chi si prende cura dei suoi genitori è dotata di corrimano e appigli.

Invecchiare è camminare sorreggendosi agli oggetti, è salire scale senza scalini, è essere estranei in casa propria.

È osservare ogni dettaglio con timore e stupore, con dubbi e preoccupazione. Quando i nostri genitori invecchiano, diventiamo architetti, geometri, ingegneri frustrati: «Come abbiamo potuto non prevedere la malattia dei nostri genitori e i loro conseguenti bisogni?»

Ci lamentiamo dei divani, delle statue e delle scale a chiocciola. Ci lamenteremo di ogni ostacolo e del tappeto.

Sarà ben felice il figlio che si fa padre di suo padre prima della sua morte e miserabile quello che appare solo al funerale, senza dire addio poco a poco, giorno per giorno.

Conosco una persona che ha accompagnato suo padre fino ai suoi ultimi istanti. In ospedale, l’infermiera stava spostando l’anziano dal letto alla poltrona per cambiare le lenzuola, quando il mio conoscente ha detto «Lascia che ti aiuti».

Si è fatto forza e, per la prima volta, ha preso in braccio suo padre. Ha fatto poggiare il viso del genitore contro il suo petto e l’ha sollevato; quel padre consumato dal cancro, piccolo, rugoso, fragile e tremante.

Rimase ad abbracciarlo per un bel po’, un tempo equivalente alla sua infanzia, alla sua adolescenza, un tempo interminabile. Coccolandolo.

Accarezzandolo e calmandolo. E gli diceva a bassa voce «Sono qui, sono qui, papà» . Alla fine della sua vita, quello che un padre vuole è che suo figlio gli dica che è lì con e per lui.”

Tutto ciò che un figlio grato, riconoscente, consapevole e degno del nome che porta vuole, è vedere i propri genitori chiudere gli occhi sereni e sicuri del suo amore nei loro confronti.