Ti ho dato troppe attenzioni quando non ne meritavi. Ora assapora la solitudine.

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© Timothy Paul Smith / Unsplash

Ti ho dato troppe attenzioni quando non ne meritavi. Ora assapora la solitudine.

Un giorno mi sono svegliata e mi sono sentita diversa. Una mattina ho visto le cose in modo diverso.

Per anni, ho provato a pensare ad un modo per lasciarti. Mi hai sempre ingannato facendomi credere che i nostri obiettivi fossero gli stessi, che volevi solo il meglio per me, che avevo bisogno di te non solo per sopravvivere ma anche per stare bene, per sentirmi sicuro e completa. Tu sei diventato una parte di me, la mia identità è stata inestricabilmente definita e associata a te, siamo diventati una cosa sola. Non sapevo più chi ero quando non stavo con te e non potevo immaginarmi una vita senza di te. Tu eri il mio diavolo e il mio angelo. Tutti questi anni, pensavo stessimo ballando ma in realtà stavamo semplicemente ondeggiando sulla stessa corda, con te che mi spingevi da una parte all’altra, cercando di tenermi in equilibrio. Pensavo che mi stessi impedendo di cadere, che mi stessi proteggendo dalla morte ma in realtà, per tutto il tempo, mi hai tenuto bendata perché eravamo con i piedi per terra. Mi stavi trattenendo. Tu hai nascosto ogni specchio, chiuso ogni serratura, ogni finestra, e rinchiuso in una scatola che sembrava una casa. Sei stato un bravo stratega, hai manipolato la mia abilità di ragionare, mi hai fatto mettere in dubbio la mia logica, avevi le tue risposte pronte, mi hai fatto dubitare di me stessa, mi hai così distratto con le tue bugie, mi avevi convinto, mi hai manipolato come se fossi una stupida, ed io mi sono rassegnata al fatto che non mi sarei mai liberata di te. Era la classica sindrome di Stoccolma. Se senti ripeterti una bugia così tante volte, poi diventa l’unica cosa che senti e cominci a crederci davvero, ed io ci ho creduto. E a quel punto tu, te ne sei lavato le mani, hai fatto un inchino e ti sei seduto, hai incrociato le gambe, appoggiato la scena sulla tua comoda sedia, unito le mani dietro la tua testa, e iniziato e guardare lo “spettacolo di burattini”. Perché il tuo lavoro ormai lo avevi fatto. E devo dire, anche molto bene.

Bene, allaccia la cintura di sicurezza e tieniti forte perché considera questo come il tuo smascheramento. Come ci si sente ad essere nudi, spogliati, screditati, e con tutti i tuoi colori schizzati sul pavimento in modo che tutti possano vederli? Come ci si sente ad avere il tappeto tirato da sotto i tuoi piedi? Come ci si sente ad essere traditi e soffocati? Come ci si sente quando nessuno sente le tue grida? Come ci si sente ad essere da soli? Perché prova a considerare questo, io che ti lascio. Tieni conto di una cosa, io che scappo e che mi riprendo il potere. Valuta questo, io che ti ricordo chi sono, riconoscendo la mia stessa faccia, e riscoprendo la mia voce piuttosto che scambiare la tua per la mia. Rifletti su questo, tu che perdi. E faresti meglio a considerare anche questo: io che vinco. Mi avevi rinchiusa ma finalmente, mi sono resa conto che sono io che ho la chiave.